A qualcuno piace raccontarla così: Alejandro Scopelli, allenatore del Granada dal 1957 al 1959, si ritrova, un giorno non meglio precisato, a guidare il club andaluso in un’amichevole contro la nazionale jugoslava. Alla fine della partita, disputata in un luogo non specificato e con un risultato ignoto, il maresciallo Tito in persona riceve la squadra e saluta i giocatori uno per uno. Ritrovatosi di fronte il tecnico, assicura di conoscerlo da quando giocava nell’Estudiantes e racconta all’allibito argentino, che fatica a collocare il presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia nel contesto degli anni ’30 di La Plata, di aver lavorato come operaio in un mattatoio di Berisso e di aver avuto l’abitudine, la domenica, di andare a vedere le partite del Pincha.
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— Torito Casale (@viejocasale) May 8, 2021
Oppure, se si preferisce: nel 1968, dopo aver trionfato a Old Trafford battendo il Manchester United nella finale di Coppa Intercontinentale, l’Estudiantes si concede un tour europeo. Della delegazione fa parte anche Manuel Nolo Ferreira, altro componente, insieme a Scopelli, Lauri, Zozaya e Guaita, di quella fenomenale linea d’attacco che nel 1931, alla prima stagione di calcio professionistico in Argentina, si era guadagnata, con il terzo posto finale e il ragguardevole numero di 104 gol segnati, il soprannome di Los Profesores. In una tappa belgradese, Ferreira si imbatte, per caso o perché invitato, nel maresciallo Tito, che lo riconosce, non mancando, secondo i più fantasiosi, di urlargli, in spagnolo, maestro! e gli spiega di averlo visto giocare tante volte, in Argentina, e di non poter dimenticare quella mitica squadra. Di fronte a un allibito Ferreira, il maresciallo procede recitando, a memoria e senza sbagliare un nome, l’intera formazione titolare dell’Estudiantes del 1931. Qualcuno, addirittura, afferma che a Belgrado, nella residenza di Tito, in un’apposita teca, sia stata custodita una maglia appartenuta al Nolo Ferreira.
|Come le cinque dita di una mano: Miguel Lauri, Alejandro Scopelli, Alberto Zozaya, Manuel Ferreira, Enrique Guaita.|
Storia, anzi storie, troppo belle per essere vere: il Granada non ha mai giocato quell’amichevole con la Jugoslavia e, per quanto riguarda il 1968, l’attaccante Marcos Conigliaro, interpellato, ha smentito qualunque incontro della squadra con Josip Broz, ricordando invece di aver partecipato a un più credibile colloquio tra Heriberto Herrera, allenatore paraguayano dell’Inter, e il tecnico dell’Estudiantes Osvaldo Zubeldia. Lo stesso Conigliaro, però, non vuole impedirci di sognare: “Sa che succede? Quando sei giovane sei simpatico. Quando inizi a vincere tanto sei antipatico. E da vecchio tornano a considerarti simpatico. Quindi si inventano che hai fatto viaggi, che giocavi meglio. Ma va bene così: che ognuno creda a quel che vuole”.
E così, più o meno, vanno le cose: per l’Estudiantes, che dedica una pagina sul suo sito all’illustre tifoso, che Tito abbia vissuto a Berisso e si sia innamorato del Pincha è un fatto acclarato, storia ufficiale, tanto da ipotizzare che i colori della Stella Rossa, fondata a guerra mondiale ormai vinta, siano un omaggio del leader comunista jugoslavo alla squadra argentina. Il sito del club si spinge anche oltre, ricordando come all’epoca frequentasse lo stadio anche Ernesto Sabato, allora studente universitario a La Plata, quasi a immaginarsi i due, all’epoca entrambi marxisti, uno accanto all’altro, intenti a tifare, ancora lontani da premi Cervantes e battaglie della Neretva. Non è, comunque, questione di partigianeria: una deputata della provincia di Buenos Aires, Maria Carolina Barros Schelotto, che tra genitori, fratelli, figli e nipoti può contare un presidente e un nutrito numero di calciatori del Gimnasia La Plata, ha tenuto a ricordare, in un proyecto de declaracion presentato alla camera dei deputati, inteso a dichiarare di interesse legislativo i 116 anni dell’Estudiantes, tra gli ammiratori dell’attacco dei Profesores, niente meno che Carlos Gardel[^1], Ernesto Sabato e, ovviamente, il maresciallo Tito.
Davvero un peccato che, a leggere qualunque storico o anche solo la pagina di Wikipedia, non ci sia proprio posto, nella vita di Tito, per avventure calcistiche a La Plata o in qualunque altra località argentina. Josip Broz ha passato gli anni tra il 1928 e il 1934 in carcere: arrestato nel 1928 per le attività con l’allora illegale Partito Comunista di Jugoslavia, trascorre due anni e mezzo nella prigione croata di Lepoglava; quindi, accusato di aver tentato la fuga, viene trasferito in una cella d’isolamento a Maribor, per poi concludere la sua esperienza dietro le sbarre a Ogulin. Viene liberato il 16 marzo 1934 e nel resto della sua vita avrà comunque poco tempo per il campionato argentino.
Eppure nell’aprile del 1999 un giornalista del Diario Hoy, quotidiano di La Plata, raccoglie a Berisso, città che deve il suo nome all’imprenditore ligure Giovanni Battista Berisso, oggi designata ufficialmente Capital Provincial del Inmigrante, nonché sede, ogni settembre, della Fiesta del Inmigrante, una storia leggermente diversa: dalla prigione di Lepoglava, dove è noto per le sue abilità di elettricista, tanto da essere impiegato nella manutenzione degli impianti elettrici della gente del posto, Tito sarebbe effettivamente fuggito, ubriacando un secondino nel bar di una donna per la quale doveva aggiustare qualcosa, riuscendo quindi ad arrivare fino a Genova, imbarcarsi sulla Principessa Maria e giungere a Buenos Aires il 20 ottobre 1930, una data eccessivamente precisa per una leggenda dai contorni così evanescenti.
Della falsa vita argentina di Tito, durata fino a quando viene scoperta la sua vera identità ed espulso dal paese o fino a quando, per qualche motivo, decide di andarsene, conosciamo molti dettagli: dalle 8 alle 20 lavora nel mattatoio più importante d’Argentina, di proprietà della statunitense Swift; passa il suo tempo libero intorno a calle Nueva York, tra il bar Dawson, dove discorre a bassa voce con l’immigrato russo Vania Kalinoff, il ristorante El Aguila, e la pensione El Turco.
Qualche volta sarà finito a bere anche allo Sportsman, bar distrutto da un incendio nel 1970, ma ricordato oggi da un murale dove, a poca distanza dal premio Nobel Eugene O’Neill, che sarebbe passato da queste parti nel 1910, siede anche il maresciallo Tito, un immigrato come tanti che si fa chiamare Walter, identità fittizia che dovrebbe proteggerlo dal suo passato di agitatore.
A Berisso più o meno chiunque sembra avere un nonno, un bisnonno, un prozio che gli ha raccontato di Tito, e ovviamente non manca chi, come Tonka Baric, svela al Diario Hoy una terza versione della leggenda. Tito, a differenza dei suoi colleghi alla Swift, tutti o quasi tifosi del Gimnasia, tanto da generare il soprannome, ancora in uso oggi, di triperos, sbudellatori, ha sempre preferito l’Estudiantes: quando, in un anno imprecisato della seconda metà del Novecento, incontra a Belgrado la squadra del Pincha, a recitare la parte dell’ex calciatore-madeleine c’è Ángel Laferrara, al quale il leader jugoslavo snocciola un intero undici (Ogando; Rodriguez, Palma; Bloto, Ongaro, Sande; Gagliardo, Negri, Laferrara, Cirico, Pellegrino), con il problema, però, che una formazione del genere risale ormai ai primi anni ’40, il che implicherebbe un soggiorno argentino di dieci anni posteriore a quello solitamente indicato dalla leggenda o, in alternativa, una non comune capacità di seguire, dall’Europa ormai devastata dalla seconda guerra mondiale, le vicende del calcio sudamericano.
Prove, in ogni caso, non ce ne sono: il signor Luis Guruciaga, esperto di storia locale, che tanto materiale ha donato al Museo de Berisso, ha cercato per anni una foto che testimoniasse il passaggio di Tito e di Aristotele Onassis per la città, senza trovare nemmeno una prova; la storica Mirta Lobato, che ha cercato a lungo negli archivi della Swift, non ha trovato alcuna traccia.
Non è però soltanto un problema di mitomania degli abitanti di Berisso. Ogni argentino vive a poca distanza da un suo particolare fantasma di Tito.
Tito ha infatti vissuto a Jujuy, all’interno di una comunità di immigrati croati e sloveni impegnati alla costruzione della ferrovia General Belgrano e di una diga a El Carmen: Héctor Tizón, magistrato, diplomatico, scrittore, esule durante la dittatura miliare, ha detto di averlo conosciuto, da adolescente, e di aver passato del tempo con lui.[^2] Ha lavorato, a Salta, alla costruzione del Tren a las nubes, che, raggiungendo i 4220 metri, risulta essere oggi la quinta ferrovia più alta del mondo. È stato in carcere a Devoto. Faceva lo strillone a Boedo. Ha lavorato in un mattatoio Swift, però a Rosario, nel quartiere meridionale di Saladillo, e quando una notte hanno sparato in direzione della sua abitazione, considerate le minacce di morte ricevute a causa della sua fama di pericoloso anarchico, ha ritenuto saggio andarsene, e in qualche bar della zona trovate ancora una sua foto alla parete.
Non è dato sapere, in tutte queste vite che non ha vissuto, se abbia tifato una squadra di calcio e quale; il periodo del soggiorno varia confusamente tra gli anni ’20 e gli anni ’40; non è sempre chiaro come e perché Tito sia poi ripartito per l’Europa, ma solitamente pare finisca nei guai con le autorità per qualche cosa sovversiva detta o fatta in giro. Prove, ovviamente, non esistono: Wladimir Mikielievich, impiegato municipale e collezionista di qualunque cosa legata alla città di Rosario, nel 1968 ha chiesto direttamente all’ambasciatore jugoslavo Nikola Magdic, che ha escluso che Tito sia mai passato in città.
La versione più completa e affascinante della leggenda è quella che lega Tito all’esperienza politica del bloquismo. Nella provincia di San Juan, tra gli anni ’20 e gli anni ’30, a dominare la scena politica sono i figli dell’ingegnere piemontese Angelo Cantoni: Aldo, già presidente dell’Huracán e dell’AFA, e Federico, entrambi medici, arrivano a ricoprire la carica di governatore, introducendo una serie di riforme radicali, inserite in una nuova costituzione nel 1927 e implementate, nel caso, con la violenza bruta: diritto di voto per le donne[^3] (allora una novità assoluta in Argentina), salario minimo, tassazione progressiva, pensioni di anzianità e di invalidità, giornata lavorativa di otto ore, legalizzazione dei sindacati. Ammiratori di Sarmiento e Stalin, i Cantoni si impegnano anche in un ambizioso piano di opere pubbliche, che danno lavoro a un gran numero di immigrati polacchi e jugoslavi. E quindi, come chi legge ormai dovrebbe aver inteso, anche qui arriva Tito, che lavora come tagliapietre alla costruzione della strada per la località turistica di Calingasta, o se si preferisce a Rivadavia per realizzare quello che oggi è il Parque Federico Cantoni. In ogni caso, riesce a stringere amicizia con Federico Cantoni, un contatto che gli torna utile qualche tempo più tardi, quando, trasferitosi a Buenos Aires, viene arrestato e condannato a morte per un attentato o un qualche tipo di attività sovversiva, magari proprio a Berisso, in contatto con i sindacati dei lavoratori della carne: il dittatore José Felix Uriburu, che ha già firmato la condanna a morte, viene convinto in extremis, proprio da Cantoni, a limitarsi a espellere Tito dal paese, lasciando che siano gli jugoslavi a occuparsene.
Passano gli anni: Tito, libero da impegni calcistici e da cantieri argentini, si dedica a vincere la seconda guerra mondiale, mentre Federico Cantoni, come ricompensa per aver appoggiato la candidatura di Juan Domingo Perón alle elezioni presidenziali del 1946, viene nominato da quest’ultimo ambasciatore in Unione Sovietica, dando il via a una vera e propria dinastia, considerando che, dopo di lui, ricoprono la carica a Mosca due figli illegittimi, Leopoldo e Federico Saturnino Bravo, e un nipote, Leopoldo Alfredo Bravo.
| Federico Cantoni e i suoi baffi |
Nella Mosca del 1947, rientrando in ambasciata dalle celebrazioni per il 1° maggio, Cantoni trova un gruppo di persone che parlano spagnolo: un uomo gli si avvicina, in lacrime, e lo abbraccia, rivelandogli di essere sia il tagliapietre di Rivadavia che il maresciallo Tito, e lo ringrazia per avergli salvato la vita. Della realtà di quest’incontro, come di tutta questa storia, a San Juan e dintorni sono convinti in parecchi, discendenti e amici della famiglia Cantoni, ma anche scrittori e anziani sostenitori del bloquismo, persone che evidentemente per anni si sono ritrovate a raccontarsi a vicenda le storie dei bei tempi andati e ora sono intimamente certe che Tito abbia spaccato pietre sulle Ande.
La leggenda ha ormai fatto il giro completo: a qualche turista argentino, tifoso dell’Estudiantes, è capitato di sentirsela raccontare visitando musei nella ex Jugoslavia. Nemmeno l’ambasciata serba in Argentina ha voglia di spezzare i cuori e non si sente di escludere, nonostante sia impossibile dimostrarlo con i documenti, che Tito sia passato di lì: un’eventualità ipotetica, appunto, e quindi in fondo comunque ancora possibile, anche se poco probabile. Chi vuole può sempre sostenere che Tito, in quanto perseguitato politico, non avesse alcuna voglia di farsi fotografare e di usare il suo vero nome e che quindi, se è impossibile provare la sua presenza in Argentina, è altrettanto difficile dimostrare la sua assenza, e così facendo continuare a sognarlo mentre, libero per un attimo di non pensare alla carne, urla brutte cose a un terzino nel vecchio stadio 1 y 57.
[^1] Gardel risultà però essere stato tifoso del Racing, proprio come Mark Zuckerberg; ciò non toglie che possa aver apprezzato il gioco di altre squadre.
[^2] Tizon nasce nel 1929 e sostiene di aver passeggiato a lungo, all’età di 13-14 anni, vale a dire verso il 1942-43, con Tito, il quale, come è noto, in quel periodo era impegnato a sparare ai nazisti.
[^3] La prima donna eletta deputata di tutta l’America Latina, Emar Acosta, verrà proprio nel 1934 dalla provincia di San Juan.